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29 Mag 2019
Machiavelli, un vero esperto di arte della guerra

Statua di Machiavelli, Galleria degli Uffizi a Firenze.

Machiavelli, un vero esperto di arte della guerra di Corrado Tomaselli

“Dico pertanto che quegli popoli o regni che istimeranno più la cavalleria che la fanteria sempre fieno deboli ed esposti a ogni rovina, come si è veduta l’Italia né tempi nostri; la quale è stata predata rovinata e corsa da’ forestieri, non per altro peccato che per avere tenuta poca cura della milizia di piè ed essersi ridotti i soldati suoi tutti a cavallo.”
Anche Nicolò Machiavelli nei primi anni del XVI secolo, attribuiva, alla trascurata cura delle fanterie rispetto alla cavalleria, la decadenza marziale della penisola italica.
Vi è sicuramente del vero, non a caso le fanterie svizzere prima e le fanterie spagnole poi, armate di spada corta e di scudo tondo imbracciato ROTELLA, porteranno scompiglio nelle cavallerie europee e queste ultime porteranno scompiglio anche tra le stesse fanterie dei quadrati armati di armi inastate.

Sempre il Machiavelli “I fanti tedeschi così armati possono sostenere e vincere i cavagli: sono più espediti al cammino e all’ordinarsi, per non essere carichi d’armi. Dall’altra parte sono esposti a tutti i colpi e discosto e d’appresso, per essere disarmati: sono inutili alle battaglie delle terre e ad ogni zuffa dove sia gagliarda resistenza. Ma i Romani sostenevano e vincevano i cavagli come questi: erano securi da’ colpi da presso e di lontano per essere coperti d’armi: potevano meglio urtare e meglio sostenere gli urti avendo gli scudi: potevano più attamente nelle presse valersi con la spada che questi con la picca; e se ancora hanno la spada (la KATZBALGER la spada dei lanzichenecchi) per essere sanza lo scudo ella diventa in tale caso inutile. Potevano securamente assaltare le terre avendo il capo coperto e potendoselo meglio coprire con lo scudo. Talmente che ei non avevano altra incommodità che la gravezza dell’armi e la noia dello averle a condurre: le quali cose essi superavano con lo avvezzare il corpo a’ disagi e con indurirlo a potere durare fatica.”

Ancora lo scudo resta l’arma del combattimento appiedato e del guerriero e proprio con il XIV secolo, dopo l’esperienza in terra santa, si riorganizzano in Europa eserciti veri e propri che vedono a metà ‘500 la loro definitiva composizione che discosterà poco nelle armi principali dagli eserciti antichi, le fanterie di armi in asta e le fanterie armate di spada corta e scudo “…perché le picche sono utili contro a’ cavagli, e quando vengono contro a’ fanti fanno bene l’ufficio loro prima che la zuffa si ristringa; perché ristretta ch’ella è diventano inutili. Donde che i Svizzeri per fuggire questo inconveniente pongono dopo ogni tre file di picche una fila d’alabarde; il che fanno per dare spazio alle picche, il quale non è tanto che basti. Ponendo adunque le nostre picche davanti e gli scudi dietro, vengono a sostenere i cavagli e nello appiccare la zuffa aprono e molestano i fanti; ma poi che la zuffa è ristretta e ch’elle diventerebbono inutili, succedono gli scudi e le spade; i quali possono in ogni strettura maneggiarsi.”

Prima della scelta di dare sempre più spazio nelle guerre alle armi da fuoco, le guerre ancora nel XVI secolo e XVII in ambito soprattutto navale saranno una copia meno brillante e verosimile delle guerre dell’antichità.

Un falcione da rievocazione storica

La ROTELLA, il FALCIONE, il COLTELLACCIO, la GIUSARMA, la BEIDANA, fino ad arrivare alla SABRE (antenata di quell’arma che sarà conosciuta come SCIABOLA), saranno le armi principali delle guerre “corpo a corpo”, che l’uso sempre più massiccio delle armi da tiro a polvere, è andato diminuendo fino alla totale scomparsa nelle guerre moderne dove lo scudo non si utilizzerà più.
Il Machiavelli, però, denota, a mio modesto parere, una competenza marziale che la storiografia, a lui posteriore, gli ha sempre negato.
Non furono le armi da fuoco a rendere inutili le armi del guerriero antico (spada, scudo e arma inastata), ma l’aver dismesso l’addestramento a queste, che richiedeva più tempo, più competenza e dava più libertà all’uomo armato di armi, semplici, regolate dalla conoscenza di un’arte.

L’arma da fuoco dava dipendenza da chi possedeva enormi risorse per procurarsele, nasce qui forse la monarchia assoluta?
Teniamo ben presente che per tutte le guerre coloniali, per tutto il XIX secolo, le potenze occidentali hanno avuto grosse difficoltà nel combattere popolazioni con armamenti e competenze antiche incontrando anche gravissime disfatte in campo aperto, vedi le guerre indiane negli Stati Uniti, la guerra in Abissinia dell’Italia, il Sudan e gli Zulu nel Sudafrica per il Regno Unito ecc.
Solo con la prima guerra mondiale, siamo dunque all’inizio del XX secolo, la tecnologia bellica crea uno iato incolmabile con le armi del passato rendendole effettivamente inefficaci.
Machiavelli vedeva lontano, pur vivendo la fine del XV secolo dove le nuove armi da fuoco mietevano il terrore sui campi di battaglia, capiva che nessuna tecnologia, e lo fu per quasi 400 anni, avrebbe potuto sostituire, nel combattimento “corpo a corpo”, le antiche armi ed addestramenti ad esse legate che fecero grande Roma.

 

Pubblicato su Italia Medievale il 29 Maggio 2019

20 Feb 2019
Il duello dei Bravi o presso la Braveria

Cesare Vecellio, Bravo veneziano, 1590

“Dopo lungo intervallo questa querela volontaria andò in desuetudine, che ad alcuni parve cosa troppo lieve da essere messa in prova d’arme: e furo escogitati nuovi modi a le persuasioni loro più confacevoli. Successe un secolo nel quale si fece grandissima professione di bravura in tanto chel nome di Braveria fu conosciuto forse più che in alcun’altra etade, che si legga. Non era cittade alcuna in Italia la quale non si gloriasse de bravi soi”(F. Da Longiano, p.100 “Duello” Venezia 1552).
Fausto Da Longiano noto giurista del XVI secolo ci riporta l’esistenza di un movimento apparso in un’epoca succeduta a quella della cavalleria errante e che si diffuse, soprattutto in Italia e nell’Europa mediterranea, la Braveria.

Il termine Bravo potrebbe trovare la sua origine nell’aggettivo latino “pravus” che indica il vizioso, il malvagio, autore di quelle “prave facte”, cattive azioni, che saranno tipiche degli appartenenti a questo movimento.
La Braveria si sviluppò, probabilmente, intorno al XII-XIII secolo e fu la naturale evoluzione dell’istituzione della cavalleria errante oramai in totale decadenza.
Uomini d’armi addestrati esclusivamente a quello scopo non potevano fare altro che cercare la sopravvivenza nell’uso delle armi.

Passarono così dai tornei, le giostre, il servizio armato a qualche piccolo feudatario ed il ruolo di “campioni” (ovvero sostituti di accusatori e rei) nei duelli giuridici od ordalie, ad un impiego più criminale o al limite della legge, per così dire, nell’ambiente urbano che si stava sviluppando.
Troviamo così i bravi nel ruolo di protettori di prostitute, nel giro di bische da gioco d’azzardo, nella guardia privata di qualche signore. Dice infatti dei bravi sempre Fausto Da Longiano :“…niuno era valoroso riputato, et huomo d’honore se non havea donne infami, e dishoneste, ne luochi diffamati a publico guadagno, con nome di palese ruffiano”.
Viziosi dunque e un po’ malvagi, attaccabrighe sempre in cerca di un motivo per sfidare qualcuno e poterlo portare in steccato.
La principale professione era però quella di non cedere l’uno all’altro in bravura per non perdere di opinione presso gli uomini d’onore suoi pari.

Uno dei costumi tipici della braveria era che quando uno di loro non compariva nel giorno determinato alla disputa in steccato, dopo la sfida, che avveniva con la formulazione di un cartello o manifesto di sfida, si portava dipinto sulla rotella (scudo tondo imbracciato) dello sfidante il ritratto dello sfidato rappresentato con i piedi in su come un traditore e “mancatore di sua fede”, oppure lo si raffigurava con due volti.
Se poi uno rimaneva vinto in duello, il vincitore lo portava dietro di sé incatenato, ”prigione” appunto, in segno di vittoria liberandolo quando lo riteneva più opportuno.
Un movimento che trovava nei suoi eccentrici eccessi splendide forme di spavalderia e sbruffoneria.

Ma ancor più spavaldi furono i “Bravi erranti”, costoro nel loro vagare quando entravano in una città affiggevano cartelli di questo tipo:
“Ho dimandato a molti che berretta tu porti in capo, dicono tutti chelle è rossa, per quanto hanno udito da la tua bocca. Et io ti voglio provare, ch’ella è bianca e la spada che hai a lato di piombo e’l pugnale di legno. S’io serò avisato ove tu sii a’l presente, verrò a trovarti subito”.
Eccessi si di spavalderia che dimostrano come in Italia usare il duello anche per i motivi più futili era una norma, norma che i re Longobardi, Rotari e Liutprando tra tutti, appunto, cercarono di arginare con la stipula del loro corpo giuridico, nel quale si cercava di ridurre i casi dove si dovesse ricorrere al duello.
Non abbiamo le prove se ebbero effetto e forse i sovrani Longobardi non riuscirono mai a debellare questa tradizione, tradizione che affonda le sue radici nella cultura della civiltà Etrusca e Sannita prima, e di Roma antica successivamente, ma la alleggerirono, questo si, imponendo armi di legno al posto di quelle in metallo. (vedi ”Il duello alla longobarda o giudizio di Dio” del 19 Luglio 2018).
Lo svolgimento del duello, davanti ad un pubblico che fungeva anche da testimone, avveniva con gli stessi criteri del duello giuridico, ma con armi vere (spade, più o meno corte, scudi, Rotelle o Parme, più tardi daghe d’accompagno) due contendenti in uno spazio chiuso detto Oltranza, Sbarra, Steccato, delimitato da corde su paletti e spesso improvvisati nelle piazze delle città (nella città di Pisa, ad esempio, si sa che queste dispute avvenivano nella Piazza dei Cavalieri).

Una letteratura lontana da quei tempi, distratta e impreparata tecnicamente, usò il modello del bravo per descrivere situazioni e personaggi, di fantasia, diventati famosi. I “bravi manzoniani”, Cyrano de Bergerac, i moschettieri saranno gli esempi più evidenti di quanta influenza, e dopo quanto tempo, la braveria suscitò nella mente degli uomini.
Ancora nei tempi a noi più vicini, storici e ricercatori hanno dubitato degli eccessi dei rappresentanti di questo movimento.
Tutto questo scetticismo è dato dal fatto che è necessario e fondamentale conoscere, e aver provato realmente, la disputa in armi per motivi di onore, ma non è questo lo spazio deputato a una disquisizione sull’onore, che richiederebbe tempo e competenze adeguate.
Dal XV secolo, contrariamente a quanto si possa pensare il movimento cadde verso un inesorabile declino trasformando i bravi in semplici “sgherri” al soldo di qualcuno, declino che sarà accelerato dalla diffusione delle armi da fuoco e dall’esito del concilio tridentino.
Non si deve mai fare l’errore di confondere i Bravi con i criminali contemporanei. Per i Bravi l’onore, messo facilmente e spesso in gioco per poter arrivare alla sfida, era il primo ed unico bene che possedevano, e rischiare la vita per questo fa la differenza con il semplice cercare il profitto ed il potere a tutti i costi.
La fama intorno alle loro virtù marziali, quella si era ricercata, e proprio i Bravi erranti lo dimostrano, non avendo l’esigenza del controllo di un territorio.
Una continuità, il movimento della braveria, la ebbe, il duello del Baratero, nella Spagna del XIX secolo, e i duelli rusticani del mezzogiorno italiano, fino alla metà del XX secolo, che vedevano la difesa dell’onore così importante da poter rischiare la vita, ne sono un esempio.
Eviterei a riguardo qualsiasi commento o giudizio contemporaneo su questo tipo di tradizione, ma mi limiterò ad osservare, da studioso del settore, quanto l’utilizzo delle armi, protratto nel tempo, ci possa permettere, ancora oggi, la lettura di un pensiero, una tradizione ed un costume, lontano da noi, rendendo più chiara l’immedesimazione, in questo caso, con l’uomo medievale.

Tiziano, Bravo, 1520 circa

“La Braveria è sicuramente l’ultimo grande movimento dell’”arte gladiatoria”, prolungando la sua esistenza fino alla fine del medioevo e all’inizio dell’epoca moderna, perché se gladiatore è colui che vive del gladio, i bravi furono gli ultimi ad incarnare questo principio, la spada, lo scudo, il pugnale erano i loro ferri del mestiere o arte, l’arte gladiatoria appunto.” [Corrado Tomaselli, pag. 58 “Dell’arte Gladiatoria”,Genova,2013].

Pubblicato su Italia Medievale il 20 Febbraio 2019

14 Nov 2018
Il duello da strada nel medioevo

Il duello da strada nel medioevo di Corrado Tomaselli
Da sempre nella storia dell’umanità l’aggressione improvvisa è stata la principale forma di combattimento per assicurarsi la vittoria o un esito positivo dello scontro; inoltre l’aggressione, nelle società urbanizzate, è sempre stata la maniera preferita di imporsi della criminalità più infima.
Autori della letteratura latina come il Petronio ci raccontano come per le strade di Roma essere attrezzati di un mantello e di un coltello ed essere pronti a farne uso fosse indispensabile per salvarsi la vita in caso di una aggressione, magari notturna, tra le vie di una grande città.
Ma ancora nel XII secolo il conte di Poitiers e duca di Aquitania Guglielmo (VII nel caso del conte e IX in qualità di duca) ci racconta, in una tipica canzone di amor cortese trobadorica, un modo di dire provenzale usando una frase fatta, “nos n’avem la pessa e’l coutel“ che intende avere tutto il necessario per essere felice, ma che letterariamente si traduce con “noi abbiamo la pezza di stoffa, ovvero la cappa (mantello) e il coltello”.
E’ chiaro dunque il significato evidente a distanza di secoli, ma nello stesso ambiente geografico, il mediterraneo, che l’uomo antico per sentirsi sicuro da aggressioni nel suo mondo e nella sua epoca doveva essere munito di un’arma difensiva, il mantello appunto, e di un’arma offensiva e corta per essere utilizzata nella strettoia dei vicoli e delle viuzze delle città e dei borghi mediterranei come il coltello o pugnale ed averne una necessaria facoltà nell’utilizzo.
L’uso delle due armi, offensiva e difensiva, caratterizzava tutti i momenti e tutti i luoghi in cui queste furono utilizzate: la guerra, il duello rituale e la difesa da strada.
Alla fine del XIII secolo dell’era volgare, nell’area germanica e più precisamente Svevo-lorenese, nelle armi da usarsi per strada e perciò portate a fianco della persona, viene a crearsi una novità, una spada con una impugnatura per due mani e non più per una solamente e una lama a STOCCO e senza l’accompagnamento dell’arma difensiva qualsiasi essa fosse scudo o mantello.
Questa spada definita modernamente da UNA MANO E MEZZA, per il suo peso ridotto, rispetto alle spade tipo SAN MAURIZIO, (spada da cavallo) poteva essere utilizzata ad una mano per poter effettuare le PRESE, ed essere utilizzata a due mani per colpi di taglio e di punta e per poter LEGARE IL FERRO avversario. Un’arma sola che potesse offendere e difendere; questo è il primo caso documentato nel mondo occidentale in cui si fa uso di un’arma simile.
Mai prima se ne era visto l’utilizzo (se escludiamo la Rhomphaja dei Daci) e dopo sarà appannaggio esclusivo della scherma moderna e del duello ALLA MACCHIA.
E proprio dalla nazione germanica si avrà questa innovazione in contrasto con l’uso delle armi che da millenni si protraeva, ma con armi di una cultura più vicina ai paesi latini e mediterranei che a quelli continentali.
L’uso della spada a UNA MANO E MEZZA si diffonderà per tutta l’Europa medioevale, penisola italica compresa, che giungerà a noi grazie ai trattati manoscritti dei maestri d’armi delle corti. La scuola Svevo-lorenese sarà appunto la più importante, ma anche la prima documentata, che a partire dall’inizio del XIV secolo, diffonderà grazie a i suoi maestri più rappresentativi (Otto il giudeo, Hans Lichtenauer, Giovanni Sueveno o Svevo, Niccolò di Toblem, Hans Talhoffer) l’uso di un’arma che verrà utilizzata in tutte le situazioni, sia nello scontro urbano che nel duello, diventato oramai cavalleresco, nella sbarra o in steccato.
La spada che difende e colpisce contemporaneamente è sicuramente una novità nel campo schermistico e darà inizio a quella scherma, familiare ai più, che vede nella sola spada, l’unica arma dell‘uomo d’armi e del guerriero.
Lo sviluppo della spada ad UNA MANO E MEZZA è invece il sintomo di una crisi tecnica che aveva accompagnato per tutto il medioevo gli uomini d’armi professionisti. L’abbandono dell’uso di un’arma difensiva, riducendone l’efficacia in fase difensiva, è l’evidente conferma della decadenza a cui era arrivata l’aristocrazia cavalleresca nell’utilizzo di armi che richiedevano addestramento continuo e fatica, preferendogli armamenti difensivi più completi e più statici, l’armatura completa e a cavallo.
A conferma di questo basti vedere come evolve il duello giuridico dall’inizio del XIV secolo; i duellanti in armatura completa si affronteranno senza scudo e con armi impugnate a due mani (spada d’ARMEGGIO, AZZA).
Per tutto il XIV e XV secolo,per le classi privilegiate, la spada sarà lo strumento di difesa nei borghi e nelle città europee.
Le spade ad una mano, dette da filo appunto, fanno la loro comparsa già dai primi decenni del XIV secolo, con o senza ANELLO PARADITO, del quale si discute ancora la sua origine geografica ovvero se sia una invenzione iberica o italica, diremo più precisamente latina o mediterranea. L’uso della spada da filo esclusivamente civile nasce con il classico FORNIMENTO a croce tipico delle spade medioevali, la lama con il trascorrere dei secoli andrà sempre più evolvendosi verso un esclusivo uso di punta, il fornimento ,ovviamente, si infittisce, per una migliore protezione della mano dalle punte avversarie, che essendo costretta a movimenti esclusivamente di polso (nodo della mano ),visto l’alleggerirsi del peso delle spade, verrà guantata.
Questa spada,a differenza di quella ad una mano e mezza,sarà sempre accompagnata,nel duello urbano,dalla cappa o mantello,ma acquisterà la lama detta a stocco.
“Fra l’armi defensive non si deve tralassar la Cappa, e se bene propriamente par che non meriti nome d’arme come non destinata a quest’uso, nulla dimeno quanto all’effetto è buona per la diffesa, e spesse volte viene adoperata, e ci dobbiamo con tanta maggior cura avvezzare à servirsene quanto il pugnale, non è per ogni luogo permesso, ma la Cappa, non è stata mai à chi ha facultà di poterla fare, ne mancano gl’esempi ne quali sono stati uccisi huomini arditi col benefizio della Cappa potendosi buttare addosso l’inimico, torgli la vista, impedirgli le mani, e con questo mezo vincerlo, e se tal uno venga assalito sapendola imbracciare se ne cava ogni diffesa” (F.F.Alfieri L’arte di ben maneggiare la spada Padova 1653 Cap. XXXII p.152) [*]
Il mantello dunque è un’arma difensiva importante, e per chi è esperto nell’uso di tale arma, trova la sicurezza e la possibilità anche di vincere l’aggressore o l’avversario ardimentoso. E’ arma antichissima come visto sopra e proprio per la sua praticità, un indumento il mantello che si porta sempre addosso, estremamente efficace ed insuperabile. La cappa resterà l’unica arma difensiva ancora in voga fino al primo ‘900, sotto forma di giacca o di indumento, nei duelli rusticani e gitani di coltello.
Dell’uso del pugnale sempre l’Alfieri dice: ”L’Arte della scherma non consiste nel ben maneggiare, e possedere tutto quello che ricerca la spada sola, ma abbraccia ancora la maestria di saper adoprar l’armi corte, fra le quali, è il pugnale, per esser nelle più parti dell’Europa portato da cavalieri, e in compagnia della spada usato ne duelli…tuttavia non è poca la differenza che è tra’l combattere con una sol arme, e tra’l combattere con due, tanto più che’l pugnale è di grandissimo aiuto alla diffesa “ e ci dà una perfetta e lucida descrizione del pugnale nel duello.
Il pugnale da difesa va di pari passo con l’evoluzione della spada ad una mano e mezza e con la spada ad una mano o da filo in ambito urbano.
Il pugnale da difesa con gli elsi ricurvi per imbrigliare la lama della spada avversaria non è, perciò, da confondere con il coltello o coltellaccio, di uso popolare, arma che rimarrà sempre la regina delle armi aggressive da strada fino ai giorni nostri.
[*] Ho riportato un testo del XVII secolo per questioni di chiarezza espositiva più completa per il lettore, cosa che i trattati medioevali, scontandone la conoscenza, non descrivono così dettagliatamente.

Pubblicato su Italia Medievale il 14 Novembre 2018

04 Set 2018
La decollazione nel Medioevo

Decapitazione di Corradino di Svevia

Le armi di “giustizia”. La decollazione nel Medioevo di Corrado Tomaselli

Le armi bianche hanno avuto fin dalla notte dei tempi una naturale applicazione nell’ambito della condanna giuridica.
Fino dagli inizi dell’epoca del bronzo sappiamo che l’ASCIA BIPENNE, utilizzata nelle decapitazioni rituali (veniva identificata con il fulmine del cielo non solo per la rapidità dell’azione) sicuramente per la sacralità del gesto che andava a compiere; la realizzazione di un giudizio e sotto lo sguardo della divinità.
Nei secoli successivi le armi immanicate da taglio rimangono le armi preferite per un certo tipo di condanna e con l’avvento delle armi di ferro la spada incomincia ad essere utilizzata per questo scopo senza mai sostituire totalmente la scure o l’ascia.
Un altro tipo di arma, sicuramente più da sacrificio che da condanna giuridica, anche se per le società arcaiche la differenza è piuttosto minima, è il pugnale REMEDELLIANO, pugnali a lama triangolare molto corti con un pomo a mezzaluna utilizzato come impugnatura che avevano lo scopo di recidere il midollo attraverso le vertebre cervicali, forma di sacrificio che troviamo anche nell’arena gladiatoria nei confronti del gladiatore sconfitto. Già dall’epoca imperiale romana la spada viene utilizzata ampiamente, per le decollazioni, ma è con l’avvento della spatha da cavallo e nell’epoca medioevale che la spada ad una mano diventa l’arma principale per la decapitazione del condannato.
L’arte delle armi diventa un fattore di estrema importanza anche per il boia che si trovava a dover colpire preciso e con perfetto risultato solo con una opportunità.

Le tecniche di addestramento non erano differenti da quelle utilizzate da uomini d’armi o cavalieri, l’uso perfetto nell’uso della spada per colpire di taglio permetteva anche di poter effettuare decapitazioni. Nei domini mamelucchi l’uso della scimitarra per la decollazione fu utilizzata ancora fino alla metà del XIX secolo per non parlare del regno Saudita dove ancora oggi questa pratica è in uso.
Proprio dalla testimonianza di soldati francesi, che assistettero ad una condanna per decapitazione nell’Egitto mamelucco, ci vengono spiegate le tecniche di addestramento a tale abilissima pratica da parte di questo ordine cavalleresco nato nell’epoca delle crociate, e rigorosamente conservatore delle sue regole ed abitudini fino alla sua soppressione, che non ci vieta di pensare che le stesse tecniche di addestramento, o simili, fossero utilizzate anche dalla cavalleria medioevale dell’occidente per apprendere un movimento meccanico sicuro e perfetto per non fallire nel momento della sua applicazione.
Nelle parole del Marchionni sentiamo la testimonianza sull’episodio delle tecniche di addestramento mamelucche: ”Lo stupendo effetto che trassero e traggono i Mussulmani dall’arme bianca si è voluto in gran parte attribuire all’eccellenza delle loro lame; ma da moltissimi fatti resulta, che è più opera della destrezza con cui sono maneggiate, che della bontà dell’arme. Vari fatti vengono riportati dal Sig. cav. Chatelain ufiziale superiore di cavalleria in una nota al suo – Traitè d’Escrime – Parigi 1818; noteremo i seguenti:
Si è visto, dic’egli, dei Mamelucchi tagliare la testa a dei piccoli bufali con un solo colpo di sciabola; e dei Francesi, che si credevano abilissimi, non poter colle stesse sciabole tagliarle in tre colpi… L’altro fatto si è che a un Turco, incaricato di tagliar la testa a 17 Arabi che avevano rubato delle armi a’ soldati Francesi, avendo dato un colpo in falso nella prima esecuzione, si ruppe l’arme. E siccome questo caso poteva fargli perdere l’impiego, esponendolo inoltre ad una rigorosa punizione, questo Turco prese la sciabola (Briquet, sciabola d’infanteria) del caporale della scorta, di nazione Francese, e tagliò le altre 16 teste colpo colpo. Tal fatto accadde sulla piazza di Alessandria alla presenza di più di 600 Francesi.
Ciò senza dubbio sta a dimostrare che più per l’abilità che per l’eccellenza delle loro scimitarre i Mussulmani sono da reputarsi valentissimi nei combattimenti ad arme bianca. Ed è poi indubitato che sopra ogni altro riescono eccellenti i Mamelucchi, i quali usano un metodo particolare ed un assiduo studio nel maneggio delle scimitarre.

 

Decapitazione per mezzo di una spada, dalla Cosmographia universalis di Sebastian Münster (1544)

Essi, come dice lo stesso Chatelain, continuamente si esercitano nell’uso delle loro armi; ed allorchè sono giunti a conoscere tutte le parate, il loro studio è rivolto al taglio della testa correndo a cavallo. Ma ciò che merita essere ricordato, è il sistema da essi tenuto per imparare a ferire con destrezza, con agilità e in ogni modo, che le loro armi producano il più grande effetto. Per così fatto esercizio sospendono ad un albero, o ad una colonna di legno, uno scialle di musselina ripiegato in due parti e bagnato. Il Mamalucco, movendosi al galoppo, vibra un colpo di scimitarra ritirando a sé il pugno, e deve così dividere in due parti lo scialle senza alcun altro appoggio, e senzachè quello faccia gran movimento” [Marchionni Alberto, Trattato di scherma sopra un nuovo sistema di giuoco misto di scuola italiana e francese, pag.11 n**, Firenze 1847 ].
La testimonianza ci dimostra che l’occidente, pur conservando l’uso di sciabole da colpi di taglio ma da cavallo, aveva nel corso dei secoli perso completamente l’arte della spada antica e da guerra come fino al XVII secolo ancora si trovava sui campi di battaglia d’Europa.
Il mondo islamico, in questo caso, conservò grazie al suo tradizionalismo una interessantissima prova dell’utilizzo delle armi bianche nel medioevo.

Proprio fino a tutto il XVI secolo la spada in Europa verrà usata come strumento per l’esecuzione delle decapitazioni. Lo dimostrano moltissime rappresentazioni, sia affreschi sia tele, di martirii di santi, dove viene rappresentata la decapitazione tramite la spada ad una mano.
Si vede in maniera evidente che il colpo inferto era un colpo manco o riverso, un colpo da sinistra a destra, per i destrorsi, e più precisamente un colpo Schiso o Sgualembro* (colpo dall’alto verso il basso dato in maniera trasversale partendo da un lato per finire all’altro) senza alcun punto di appoggio, come l’addestramento Mamelucco, colpendo con un colpo solo deciso e preciso.
Il condannato restava inginocchiato e con il busto e la testa eretti,non appoggiava il collo su un tronco o cippo di legno.

Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne (1598-1599)

Dal XV secolo in poi, e soprattutto in area transalpina (Fiandre, Germania), la spada ad una mano verrà sostituita con quella a due mani e spesso senza punta.
La dinamica dell’esecuzione non cambierà, il colpo sarà sempre lo Sgualembro o Schiso riverso o manco, ma effettuato con le due mani sull’impugnatura della spada, distanziate adeguatamente per permettere alle spalle ed alle braccia di caricare un colpo veloce, preciso e perfettamente efficace.
E’ interessante notare come l’esecutore della decapitazione dia le spalle al condannato proprio per effettuare questo colpo e caricarlo meglio.
Si può immaginare l’esigenza di abilità e precisione per svolgere questo compito.
Dal XVII secolo in poi la decapitazione sarà svolta esclusivamente dall’ascia, che caricata sopra la testa e lasciata scendere per caduta, aiutata dal grande peso della scure stessa, permetterà un taglio netto sul collo del condannato, che appoggiato su un cippo di legno, (assomiglia più ad una azione da taglialegna o boscaiolo) renderà l’operazione molto più semplice anche per chi non saprebbe maneggiare adeguatamente una spada.
Da quest’ultimo tipo di decollazione fino alla ghigliottina il passo sarà breve e ovviamente conseguente.
Un’altra forma di condanna a morte, riservata esclusivamente all’aristocrazia, consisteva nello sgozzamento.
Questo veniva eseguito incidendo un lato della gola del giustiziato recidendo la carotide e la giugulare per passare, tagliando la gola, fino al lato opposto.

Le armi preposte a questa condanna erano un coltello o un pugnale, genericamente così citati nelle cronache dell’epoca, tra il XV ed il XVI secolo quest’arma prese il nome di CINQUEDEA, nome derivante forse dalle cinque dita della mano che stavano a simboleggiare o la mano che la impugnava o la mano della giustizia.
Questa era una tipica arma manesca di ambiente civile di medie dimensioni, con la lama molto larga che si restringe velocemente per finire bruscamente in punta come una specie di triangolo. Il fornimento è a bracci arcuati e di tipica produzione veneto-emiliana.

Decollazione di Giovanni, Battistero di Parma

L’impugnatura decorata con materiali ricercati (avorio, osso, etc.) rende quest’arma estranea all’uso militare, inoltre la lama, sempre di pregevole fattura, è sempre decorata in oro e nelle tecniche più varie.
La lama è spesso incisa con motti o immagini di scene tratte dall’antico testamento e rappresentanti episodi legati alla giustizia” [Corrado Tomaselli Dell’Arte Gladiatoria, pag. 81, Genova 2013]

Sembra che dopo il XVI secolo sia decaduto questo tipo di condanna capitale che vede nella Cinquedea, appunto, forse l’ultimo strumento di esecuzione che dopo la metà del ‘500 non troveremo più utilizzata.
C’è forse un lungo filo che può collegare, intendo tecnicamente, l’antico pugnale Remedelliano e la Cinquedea?
Posso solo affermare che l’arte delle armi, fino alla sua naturale estinzione, ha mantenuto, in tutti i campi, usi e costumi invariati nel corso dei millenni.
Risulta perciò utilissima, conoscendola appropriatamente, per gli studi delle epoche passate e per comprendere meglio il “quotidiano” della storia .
* Schiso,è termine in uso già dal medioevo di area senese. Sgualembro è termine di area bolognese presente su trattati di Arte delle armi del XV e XVI secolo.

 

Pubblicato su Italia Medievale il 4 Settembre 2018

19 Lug 2018
Il duello alla Longobarda o Giudizio di Dio

Il duello alla longobarda o Giudizio di Dio di Corrado Tomaselli

Inoltre, ciò che si conquista con il duello si conquista di diritto… Ebbene, ciò è realizzabile quando, nel libero consenso delle parti, si desidera provocare un giudizio divino mediante un reciproco scontro delle forze dell’animo e del corpo, motivato non dall’odio, non dall’amore, ma solo da un profondo desiderio di giustizia; e chiamiamo duello tale scontro, perché primamente si tratta della lotta di un uomo con un altro uomo“. (Dante Alighieri, De Monarchia, Libro II, cap. IX)
Le parole di Dante, convinto sostenitore del duello, sono l’introduzione ideale per parlare del duello giudizio di Dio pratica che ha segnato tutto il Medioevo come strumento giuridico. E proprio Dante, nel mettere in evidenza nel suo trattato la decadenza del duello come tribunale, ne difende l’origine e il più profondo significato.

I primi a codificare il duello giuridico furono i re longobardi, ed in particolare Rotari, con lo scopo di limitare l’uso eccessivo del duello, radicatosi profondamente nella tradizione della società longobarda,ma più ancora in quella della penisola italiana che in quanto popolazione sottomessa andava disarmata. Dall’editto di Rotari fino a quasi tutto il XVI secolo il duello giuridico, cavalleresco e privato d’onore manterranno invariate le regole di svolgimento, tanto che il termine duello alla longobarda può essere usato per definire il duello medievale in genere.

Il duello giuridico per sua natura necessitava della totale parità dei contendenti, per evitare che ci fossero vantaggi, da una parte o dall’altra, che avrebbero falsato il risultato dello scontro come giudizio, e per di più divino. Era necessario perciò che i contendenti, se erano campioni, fossero di pari valore. I campioni combattevano al posto di chi non poteva farlo in prima persona (vecchi, donne, bambini, malati, ecclesiastici ecc.), e venivano utilizzati con lo stesso criterio con cui oggi ci si serve di un avvocato in tribunale. Se il reato era grave, come l’omicidio, e i contendenti erano tecnicamente preparati, questi potevano combattere in prima persona.

Lo spazio deputato allo scontro era il ring o campo chiuso, luogo sacro per eccellenza fin dalle remote origini. Nel corso del medioevo le denominazioni saranno varie, quali sbarra, lizza, oltranza, per arrivare al cinquecentesco steccato. Il ring, nonostante il nome, non sempre era circolare, ma poteva avere forma di quadrato o rettangolo. L’agone era delimitato da solchi sul terreno o da paletti conficcati a terra e corde, come ci descrive Roffredo Beneventano, giurista del XIII secolo, nel suo trattato sul duello Summa de Pugna. Le misure del campo chiuso potevano arrivare fino a 18-20 metri circa di circonferenza o di perimetro per la monomachia, cioè lo scontro fra due duellanti appiedati,ma molto dipendeva dall’altezza dei duellanti e dalle armi deputate per lo scontro. Le corde non superavano mai un’altezza di 70 centimetri, e non si potevano toccare, secondo una certa scuola giuridica di pensiero, o comunque superare: veniva dichiarato sconfitto, e perciò colpevole, il contendente che superava i limiti dello steccato, o che rimaneva gravemente ferito od ucciso dentro i limiti stessi.
Il duello alla longobarda prevedeva un armamento difensivo e offensivo pari per i due contendenti; in genere si usavano bastoni o clave di legno, di preferenza nespolo, (la differenza di tipologie di legno dipendeva molto dalle varietà più adatte disponibili sul territorio) e scudi tondi, anch’essi di legno. Solo i campioni potevano usare una difesa per la testa, mentre per gli accusati erano previsti la rasatura completa del capo e il taglio delle unghie dei piedi e delle mani, quest’ultimo per evitare che fossero usate come armi. Mani e piedi erano nudi, solo il petto era coperto da una specie di corpetto di cuoio; tutto il corpo veniva cosparso di grasso e solo le mani si ripulivano nella cenere per poter tenere saldamente le armi di legno. L’uso del grasso impediva le cosiddette prese, cioè il tentativo, in genere da parte del più forte fisicamente, di abbandonare la mazza e lo scudo per avvinghiare l’avversario in una lotta corpo a corpo. Il grasso, rendendo la presa impossibile, faceva rinunciare ad un’iniziativa poco nobile,e poco equa visto che avrebbe avvantaggiato quello più fisicamente dotato, e avrebbe,perciò, falsato il giudizio finale. I rei sospetti, inoltre, con un cucchiaio di legno si mettevano in bocca sostanze dolci,il miele per esempio,per assimilare durante lo svolgimento del duello degli zuccheri utili ad affrontare l’ntenso impegno fisico e mentale.
Questi minuziosi dettagli ci sono stati tramandati dal cronista Olivier de La Marche, che ancora nella seconda metà del XV secolo descrive un duello alla longobarda avvenuto nel ducato di Borgogna.

Se in Italia, come lamentavano i giuristi, la braveria usò il duello come strumento di prepotenza e di giustizia personale, rendendolo sempre più cruento con l’uso di armi vere, nel resto dell’Europa continentale il suo svolgimento restò pressochè invariato per almeno otto secoli. Le regole non cambieranno fino alla fine del XVI secolo, data che vide la conclusione del duello all’antica, anticipata quest’ultima dal Concilio di Trento, che punì con la scomunica anche i semplici spettatori e curiosi che gremivano le gradinate e i luoghi deputati agli scontri.
E’ importante ricordare che il duello in Italia assunse la sua massima rappresentaione. Nel basso del mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto, nei capitelli della cattedrale di Cefalù, per ricordare i più rappresentativi, sono rappresentate proprio scene di duello “alla Longobarda” dove i due sfidanti usano bastoni e scudi di legno. Questo sta ad indicare quanto fosse importante l’istituto del duello in Italia fatto sta che fu duro a morire, trasformandosi, a causa anche del movimento della Braveria, in un duello privato e con la presenza di armi vere e non più di legno.

Giova ricordare che il duello Giudizio di Dio non costituiva la pena per il reato commesso, ma era un vero e proprio strumento giuridico, un tribunale, che permetteva di avere, con l’aiuto dell’onnipotente, un giudizio insindacabile e al di sopra di ogni sospetto. Chiunque, in prima persona o tramite l’uso di campioni, poteva così dimostrare dentro il sacro recinto la propria innocenza o la colpevolezza altrui. Solo nel caso di lesa maestà era consentito l’uso di armi vere al posto di quelle in legno.
In epoca carolingia, nell’area germanica dominata dai Franchi, nasce una variante del duello alla longobarda che mantiene le stesse regole di svolgimento, sempre con valore di duello giuridico.
Era caratterizzato dall’uso di uno scudo rettangolare o triangolare, detto targa, (retaggio dell’utilizzo dello scudo esclusivamente a cavallo), messo a tracolla, e di un’arma offensiva tenuta con le due mani, all’interno di uno steccato di legno difficile da oltrepassare. La spada tenuta a due mani sulla lama ed era detta d’armeggio come ci viene descritto nei trattati di scherma antica di Fiore de Liberi, Hans Talhoffer e Filippo Vadi,e può ricordare l’uso della Francisca ascia tipica della popolazione dei Franchi.
Questa variante, più rozza e tecnicamente più misera (era un duello solo per cavalieri e prevedeva l’armatura completa che impediva molti movimenti naturali), fu utilizzata a partire dalla fine del XIV secolo nell’ntera Europa fino a tutto il secolo successivo, e anche oltre per l’area germanica, come alternativa al duello alla longobarda.
Grazie alla stampa, nata proprio in Germania, questo tipo di duello è il più rappresentato iconograficamente.

La differenza tra i due tipi di duello mette in evidenza quale fosse il livello raggiunto nell’arte delle armi dai due popoli. Quello alla longobarda utilizza le armi tipiche del duellante pedestre, e perciò millenarie: possiamo dire che, per l’alto livello tecnico raggiunto, i longobardi furono l’ultimo popolo guerriero dell’antichità.
Le armi utilizzate dai Franchi, al contrario, sono quelle del cavaliere, che nei secoli, ha aumentato il suo armamento difensivo passivo, l’armatura, riducendone la mobilità ma aumentando la distanza sociale con quella parte del popolo che senza risorse economiche non poteva armarsi in questa maniera. Un altro elemento da sottolineare è il fatto che il duello alla longobarda premiava sempre il più dotato tecnicamente; il duello,cosidetto, dei Franchi, invece, essendo possibili la spinta ed altri avvinghiamenti avvantaggiava decisamente chi puntava sulla forza fisica, qualità propria dei popoli nordici, come già ricordava il geografo Strabone nel I secolo a. C., e sulla quale i popoli germanici e nordeuropei hanno sempre fatto affidamento.
L’Italia rimarrà così la patria del duello per le sue forti ragioni antropologiche. La terra del duello gladiatorio non poteva dimenticare quella stagione così lunga ed importante. Il duello nel XVI e XVII secolo verrà spesso definito “all’italiana” proprio per il suo radicale conservatorismo che vedeva I vari signori locali rilasciare ancora “patenti di campo” per i duelli d’onore di carattere privato.

Bravi erano detti coloro che erano abili con le armi. La braveria un fenomeno che, con la caduta del duello come strumento giuridico verso la fine del XIII secolo, vedrà i suoi rappresentanti, ex campioni di professione e quindi disoccupati, creare disordini improntati sulla sfida a duello per qualsiasi motivo.

Pubblicato su Italia Medievale il 19 Luglio 2018